
Oggi scartabellando il web ho ritrovato la prima storia di basket che ho raccontato nella mia vita e riguarda un giocatore di qualche tempo fa, la spettacolare guardia degli Orlando Magic, Nick Anderson.
Un giorno un giovane ragazzo di nome Benji Wilson stava camminando tranquillamente in direzione della sua high-school. Chi era? Semplice, era la stella di Simeon Vocational, un liceo di Chicago. Un urto. Una spinta, alcune parole aggressive di circostanza come succede centinaia di volte. Omar Dixon, un sedicenne di una high-school rivale, quel banalissimo incidente non lo prese come un cozzo accidentale e pronunciò con acredine la frase che anticipa la maggior parte dei crimini di strada in America: "Let’s pop him " (facciamolo saltare). Il suo amico William Moore si procurò una pistola. C’era da parlare della partita della sera, l’esordio stagionale e Benji aveva dato appuntamento al suo grande amico Nick Anderson, una guardia di 1.92, l’altra stella di Simeon nonostante fosse ancor più giovane di un anno, per la pausa del pranzo. Nick era corso a prendersi una barretta di cioccolato. Tre colpi secchi echeggiarono per il viale ; Nick volò in strada come se temesse qualcosa. Benji straziato dai proiettili, stava stramazzando al suolo. Anderson deglutì davanti a quella scena quasi senza rendersi conto di nulla.
La sera Simeon giocò in un’atmosfera allucinante e Nick a parte i soliti 20 punti non disse nulla. I ragazzi corsero tutti nella gelida notte all’ospedale dove il loro fuoriclasse giocava la sua partita più difficile. Poche ore dopo l’aorta di Benji cedette e il cuore del grande numero 25 di Simeon, Magic Johnson col tiro da fuori come amavano chiamarlo i compagni, cessò di battere. Lasciava anche un figlio di nove settimane. I funerali del giovane campione ancora oggi li ricordano a Chicago tutti quelli del giro del basket. Migliaia di persone, il corpo del ragazzo con la sua uniforme di gioco numero 25 addosso, il celebre reverendo Jackson venuto da Atlanta per officiare la messa, l’America nera che piangeva l’ennesima assurda vittima che si era autoinflitta, la solita rabbia, il solito vento. Qualche mese dopo il Tribunale di Chicago avrebbe affibbiato 40 anni a Moore e 30 a Dixon, il ragazzo che Benji aveva inavvertitamente urtato.
Nick Anderson patì uno shock completo e i medici avvertirono la famiglia che il ragazzo aveva subito da quell’episodio una tale scossa tale che la sua psiche avrebbe potuto esserne influenzata per sempre. Poi la giovane promessa reagì. Avrebbe dedicato la sua carriera a Benji e avrebbe giocato come sempre sotto la sua guida, con quel numero 25 forse anche nella NBA, il sogno che mille volte i due avevano accarezzato . Simeon, anche senza il suo giocatore di maggiore talento, anche quell’anno raggiunse il torneo statale dell’Illinois, perdendo di un punto il quarto di finale. L’anno successivo, ancora d’un punto, Simeon perse la finale cittadina. Anderson nel frattempo era cresciuto 6 centimetri e la sua consacrazione stava per arrivare. Una giuria di giornalisti ed allenatori lo aveva eletto "Mr. Basketball", il miglior giocatore dello stato, uno dei liceali più desiderati d’America. Al momento di scegliere tra le centinaia di borse di studio offertegli, Nick rammentò che Benji, nel suo intimo aveva già deciso dove sarebbe andato a giocare, privilegiando i Fighting Illini di Illinois. I recruiters dell’università bussarono alla sua porta e non ci fu corsa. Nick chiese solamente di avere la maglia numero 25. Anderson stava oramai vivendo per due persone, ma nel suo anno da freshman i suoi scadenti esiti scolastici gli preclusero l’eleggibilità e il campo da gioco. Giunto al suo anno da junior, l’ultimo che avrebbe disputato da collegiale, l’imberbe campione era già il miglior marcatore e rimbalzista della squadra e nella primavera 1989, disputando una post season da favola, condusse gli arancioni alle Final Four di Seattle dove Illinois perse di 2 il serratissimo derby di semifinale con Michigan che avrebbe poi vinto il titolo. A quei tempi a Chicago già stava ampiamente prendendo forma la leggenda di Michael Jordan, che non sapeva ancora cosa fosse il "three-peat" ma conosceva fin troppo bene la via del canestro. Nessuno avrebbe immaginato che un giorno il ragazzo di Simeon avrebbe costretto Jordan a perdere 24 palloni in una serie di playoffs come è successo nell’anno 95.
Il sentiero che porta a quel piccolo record passa attraverso la scelta di Orlando che lo chiamò al primo giro del 1989. Dodici mesi più tardi tutta la NBA sapeva che quello che gli statunitensi chiamano "the steal of the draft" aveva un nome e un cognome: Nick Anderson. Lo scouting report del tempo parla di un gran attaccante, discontinuo nel tiro da fuori, di ball handling da migliorare, di tremenda efficacia dal post basso dove ama accompagnare le guardie avversarie per batterle di potenza, di quintali di faccia tosta, di notevoli istinti a rimbalzo e della solita difesa da matador che caratterizza i primo anno e di un volto altero, apparentemente privo di emozioni visibili. Un solo problema: Reggie Theus. I Magic per le loro prime divagazioni si erano tra l’altro affidati all’errante talento del vecchio Reggie, salvo accorgersi che il Nick di Theus, ne valeva due e che il veterano soffriva la prepotente ascesa di Anderson. Nell’estate successiva Reggie rese noto che tra lui e Nick uno era di troppo, ma la notizia che lo raggiunse poche ore dopo era che un posto era prenotato sul successivo volo per New Jersey. Nel frattempo, il membro più antico del quintetto base che avrebbe sfidato i Rockets per la prima chance da titolo di Orlando, aveva trovato collocazione. L’era Shaq avrebbe colto Anderson nel momento decisivo della sua carriera, quando l’attacco dei Magic aveva lui come temporaneo terminale. La richiesta per una consistente estensione contrattuale di un giocatore con tre o quattro anni di buona NBA alle spalle è ineluttabilmente attesa da ogni club e Nick non poteva essere un’eccezione. Tra le parti non erano mancate le tensioni, con Anderson in attesa di notizie dal front office, chiaramente al di sotto dei suoi standard per un paio di mesi (ed i Knicks interessatissimi ad eventuali sviluppi). Il contratto, 13 milioni per 4 anni, fu festeggiato con uno storico 50, curiosamente inflitto a New Jersey. Nella faretra di Nick erano tra l’altro apparsi anche un consistente uso del tiro da tre e notevoli miglioramenti difensivi che chi ha seguito i play-off avrà certamente notato.
La sua vita subirà un’altra svolta nella finale 95-96 contro Houston: Orlando aveva disputato una grande partita ma si era fatta recuperare da più 20 grazie alle bombe di Kenny Smith.; a 10 secondi dalla fine, coi Magic sopra di tre, Anderson andò in lunetta per chiudere la gara. La mano tremò e Nick li sbagliò entrambi; gagliardamente si buttò sul rimbalzo e lo catturò: i giocatori di Houston commisero ancora fallo su di lui, ridandogli la possibilità di vincere la partita. Ma il copione non cambiò: Anderson sbagliò il primo e anche il secondo, la palla giunse a Kenny Smith che si fece tutto il campo, segnando la bomba della disperazione; nei supplementari non ci fu storia, Houston vinse espugnando la O-Rena e ponendo le basi per il successo finale. Era Gara1 e avrebbe potuto proiettare i Magic verso un prestigiosissimo traguardo ma.....
Nick rimase sotto choc: subì una profonda crisi cestistica, non trovando più la via del canestro e voci vicine ai Magic dissero che soffriva anche di una crisi depressiva, proprio lui che aveva sconfitto Sua Maestà MJ. Tutto questo durò per un paio di anni, durante i quali Anderson segnò circa 6 punti a partita mentre la sua media abituale era di 18, per poi non parlare della percentuale ai liberi: 40%!
Poi un giorno quest’inverno Nick si svegliò e guardandosi allo specchio dopo l’ennesima partita a vuoto non riconobbe più se stesso. Decise che avrebbe fatto di tutto per ritornare quello di prima, non più solo Nick The Brick, ma Anderson un giocatore degno dei 24 milioni di dollari che percepisce per 6 anni. Così la sera andò in campo e segnò 32 punti, risolvendo la partita per i Magic, privi di Hardaway, Grant e anche Price. Inanellò una serie di partite fantastiche, a 25 punti di media a partita e fu nominato Player of the Week a 32ppg e una decina di rimbalzi. Questa sua serie di partite fantastiche dura tuttora e fa sperare i Magic in un posto play-off nonostante la cessione di Seikaly, in cambio di nulla ed i numerosissimi infortuni. Diamo quindi tutti un bentornato a NICK ANDERSON, l’uomo che ha umiliato Jordan in una serie play-off e non più Nick The Brick .
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